Attraverso il deserto, fino alla Libia. Un documentario di Marcello Merletto

Questa intervista a Marcello Merletto, il regista del documentario “Wallah – Je te jure”, è stata realizzata più di un anno fa e finalmente ha trovato una porta aperta e una casa pronta ad ospitarla.

Abbiamo incontrato Marcello a Busto Arsizio, la città in cui vive, e gli abbiamo chiesto di raccontarci come è nato questo progetto con il quale, tra proiezioni e conferenze, ha girato l’Italia e l’Europa.

Il documentario racconta la rotta migratoria che dai paesi dell’Africa Occidentale attraversa il Niger, il deserto e raggiunge la Libia.  

Sono sessanta minuti molto intensi, densi di emozioni forti, di storie fatte di speranza e sofferenza. Lo spettatore si trova di fronte ad una realtà che cancella la banalità degli slogan e delle verità preconfezionate.

 

Come è nata l’idea di girare questo documentario? Ti eri già occupato di migrazioni?

L’idea del documentario, nasce nel 2015 come progetto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con lo scopo di rivolgersi ai potenziali migranti per accrescere la consapevolezza dei rischi di quella rotta migratoria. Con il medesimo intento l’OIM aveva già promosso progetti basati su testimonianze dirette di chi aveva intrapreso il viaggio, senza però ottenere particolari risultati. L’idea di un prodotto audio-visivo che ripercorresse parte del viaggio, mostrando senza filtri l’esperienza di chi aveva scelto di partire, sembrava rispondere in modo più efficace allo scopo.

In precedenza avevo già lavorato per le Nazioni Unite in Sri Lanka seguendo progetti di riconciliazione tra le varie etnie, ma non mi ero mai occupato di migrazioni. Per questo è stato fondamentale l’apporto di Giacomo Zandonini, giornalista molto preparato, con il quale ho condiviso questa esperienza.

Dove nasce e quali sono le tappe del flusso migratorio descritto nel documentario?

Il flusso migratorio di cui ci siamo occupati nasce nei paesi dell’Africa occidentale, prevalentemente in Senegal, Mali, Gambia, Costa d’Avorio e Guinea. Da lì i migranti partono in autobus alla volta del Niger. Il percorso prevede una tappa nella capitale del Niger, Niamey, e un altro tragitto in pullman fino ad Agadez, uno degli snodi più importanti della rotta migratoria. Lì sorgono i ghetti in cui i migranti vivono prima di intraprendere il viaggio nel deserto verso la Libia. Il viaggio nel deserto dura dai tre ai cinque giorni e termina a sud del confine libico. I “driver”, che guidano i pick-up su cui viaggiano i migranti, non si arrischiano a penetrare fino alle città libiche e per questo motivo l’ultimo tratto del viaggio viene percorso a piedi tra gli stenti, la carenza di cibo e d’acqua.

La situazione in Libia è un capitolo a parte, troppo complesso  e articolato per essere approfondita in un documentario che aveva come principale scopo quello di raccontare il viaggio nel deserto. La nostra ricerca si è concentrata in Niger, Senegal e poi in Italia  dove abbiamo raccolto numerose testimonianze.

Nel documentario emerge chiaramente l’esistenza di una struttura organizzata che si occupa delle varie tappe del viaggio fino alla Libia. Cosa puoi dirci a riguardo?

Esiste senza dubbio una struttura organizzata e in alcuni tratti addirittura istituzionalizzata. I ragazzi che partono dalle regioni dell’Africa occidentale hanno già dei contatti e quando arrivano ad Agadez sanno a chi devono rivolgersi. Qui vivono nei ghetti, in condizioni molto precarie e attendono di poter partire verso la Libia. Ogni ghetto ha i suoi driver, il loro compito è quello di condurre i migranti attraverso il deserto e di predisporre i contatti con i trafficanti libici. L’incognita principale in questa fase del viaggio è rappresentata dalla disponibilità economica di ogni migrante. Ad ogni tappa infatti bisogna pagare e chi non se lo può permettere rimane bloccato e deve cercare di racimolare del denaro lavorando o aspettando quello che viene inviato dalle famiglie. Nella struttura capillare che è nata e cresciuta intorno alla rotta migratoria spesso si riciclano ex-migranti che proprio grazie alla loro precedente esperienza conoscono bene le dinamiche e i meccanismi del fenomeno. Capita anche che i driver siano ex guide turistiche che, in mancanza di lavoro, utilizzano la loro conoscenza del deserto.

Quando ci recammo ad Agadez le partenze dal ghetto e il trasporto sui pick-up erano di fatto istituzionalizzati. Le partenze avvenivano ogni lunedì mattina quando un convoglio di circa 70/100 veicoli lasciava la città sotto gli occhi dei soldati, che ovviamente venivano pagati.

Nel film, in numerose testimonianze, emerge chiaramente un senso di grande vergogna legato alla possibilità di fallire nel proprio intento di arrivare in Europa. Ci spieghi meglio perché questo sentimento è così radicato tra chi parte?

Il viaggio non può essere visto come una semplice scelta del singolo, ma diventa un investimento collettivo della famiglia e della comunità che ripone in chi parte grandi speranze. Spesso chi decide di migrare è costretto a fare debiti per raccogliere la somma necessaria e riesce a proseguire nelle varie tappe solo grazie agli aiuti economici inviati periodicamente da chi rimane nella terra d’origine. Un insuccesso del viaggio assume quindi un significato ben più profondo di una sconfitta personale.

Quali sono gli episodi che ti hanno maggiormente colpito?

E’ stata particolarmente dura in Niger instaurare delle relazioni con chi aveva scelto di affrontare quel lungo viaggio e non era che all’inizio del percorso. Ascoltavo storie di chi era tornato e raccontava di cosa aveva passate nel deserto, delle atrocità vissute in Libia e il giorno successivo raccoglievo la testimonianza di ragazzi pronti a partire nonostante le notizie su quanto avrebbero dovuto affrontare.

In Sengal è stato molto toccante entrare in contatto con le mogli e le famiglie di chi era partito, vedere da vicino le difficoltà delle donne, spesso molto giovani,  rimaste sole ad allevare i figli, magari dopo aver appreso la notizia della morte del marito.

Guardando il documentario la tendenza auto rassicurante ad analizzare i fatti attraverso le categorie dei “buoni” e “cattivi” viene necessariamente messa in discussione e la complessità travolge ogni slogan e luogo comune. Cosa puoi dirci a riguardo?

Io stesso ho intrapreso questa esperienza senza essere un esperto del tema e nel corso delle riprese le poche sicurezze che avevo hanno lasciato il posto a nuovi interrogativi. Effettivamente la categorie dei buoni e dei cattivi applicate ad una realtà tanto complessa sono una semplificazione che non aiuta la comprensione.

A questo riguardo, penso sia emblematica la figura del driver. E’ una persona che corre grandi rischi in prima persona, affrontando ripetutamente un viaggio insidioso nel deserto, non guida un’auto di sua proprietà e pur guadagnando qualche soldo non accumula certo grandi ricchezze. Il driver che intervistiamo nel film è realmente convinto di compiere un servizio e non ci sta ad essere dipinto come un mostro.

Quando siete partiti avevate un’idea di “sceneggiatura” intorno alla quale costruire il documentario? Siete stati costretti a modificarla?

Siamo partiti con l’idea di suddividere il documentario in tre spezzoni (Senegal, Niger, Italia) e di raccontare la storia di tre/quattro persone nel corso dei loro spostamenti. Con l’inizio delle riprese ci siamo accorti però che era davvero difficile mantenere contatti continui con la stessa persona. Abbiamo iniziato a raccogliere un gran numero di testimonianze e il documentario si è trasformato in un racconto corale. In Niger e Senegal abbiamo deciso di concentrarci sul lavoro di ricerca e una volta tornati in Italia abbiamo dato un filo logico al tutto, montando il materiale raccolto.

Ci sono degli aspetti che avreste voluto approfondire, che non vengono trattati nel documentario?

Un aspetto che non siamo riusciti ad affrontare è quello della tratta delle donne, soprattutto nigeriane, destinate al racket della prostituzione. Spesso percorrono un viaggio parallelo a quello degli altri migranti, scandito dalle stesse tappe, ma sono delle organizzazioni criminali a sé stanti ad occuparsi dei loro spostamenti. Sono tenute in zone separate e per noi è stato impossibile entrarci in contatto. Naturalmente partono con la promessa di un lavoro dignitoso e non hanno idea di cosa le attenderà in Europa. Il loro percorso è più organizzato proprio perché sono considerate una merce sin dalla loro partenza.

Hai nuovi progetti in cantiere che ti riporteranno in Africa?

Sì, stiamo organizzando un nuovo viaggio in Niger per occuparci in maniera più specifica del percorso nel deserto. Vogliamo capire cosa è cambiato rispetto al periodo in cui le partenze da Agadez erano gestite in maniera più ordinata e istituzionale. Dopo gli accordi tra UE e Niger il viaggio è diventato più pericoloso e caro. I migranti devono aggirare i controlli e muoversi con maggiore cautela, non ci sono più le tappe intermedie e i centri cresciuti intorno alla rotta migratoria hanno visto venir meno l’afflusso di persone. Cercheremo di capire cosa sta accadendo in quei centri, cosa sta facendo la popolazione locale. Saremo testimoni di come le decisioni prese a livello internazionale abbiano avuto migliaia di conseguenza su una realtà già molto complessa.

 

Naturalmente il nostro consiglio è di ritagliarvi del tempo per guardare questo documentario. Qui (Link:   https://vimeo.com/251136671) è possibile farlo.

 

Andrea

 

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