#ANTIFA fa tappa a Lonate Pozzolo – Intervista a l’autore Stefano Catone

Il 26 ottobre alle ore 21 si terrà a Lonate Pozzolo, presso la sede di Periferia Sociale in piazza Mazzini 1, la presentazione di “#ANTIFA – Dizionario per fare a pezzi, parola per parola, la narrazione fascista”. La serata, promossa dal comitato Rosa Parks di Possibile in collaborazione con Periferia Sociale, vedrà l’intervento dell’autore Stefano Catone e della Presidente Provinciali di ANPI Ester De Tomasi. 

La realtà social a cui ci siamo assuefatti negli ultimi anni, ci hanno imposto linguaggi e strategie narrative molto diverse a quelle a cui eravamo abituati. Improvvisamente, le barriere e i filtri fra chi crea contenuti e i fruitori sono venuti meno, eliminando di fatto ogni mediazione. Gli utenti, sono bombardati giornalmente da un numero indefinito di informazioni, spesso incomplete se non addirittura distorte o completamente false. Il Medium ‘Web’, ha mostrato il suo lato debole, un ‘ventre molle’, che permette il proliferare di quelle teorie, credenze e fantasie complottiste, che hanno contribuito a creare un’ideologia fascistoide che si nutre di odio, paura ed ignoranza.

In un contesto simile è stato facile per alcuni esponenti politici creare un modello comunicativo che ha fatto breccia in una ampia fetta di popolazione e ha modificato alla radice il tono ed i contenuti del dibattito pubblico. Una narrazione, che si è appropriata di concetti e parole distorcendone il significato e ne ha coniate di proprie. Così mentre il termine ‘clandestino’ diventava sinonimo di criminale, i termini ‘radical chic’ e ‘buonisti’ acquisivano la connotazione di insulto, e le ‘Lobby gay’ tramavano nell’ombra. Sullo sfondo, invece, il deus ex machina Soros, finanziava la realizzazione del ‘Piano Kalergi’.

La narrazione fascista 2.0 ha così creato una propria neolingua fondata su terrore e discriminazione e ha sdoganato comportamenti, che ingenuamente pensavamo debellati dalla storia. Intolleranza ed atti violenti di matrice ‘nera’, sono infatti rientrati prepotentemente sulla scena pubblica, sfruttando l’accondiscendenza di una parte della classe politica.

Nel corso dell’ultimo anno, è sorta la necessità di nuova ‘primavera’ culturale, che smonti tassello per tassello (o pixel per pixel), l’impalcatura su cui si regge il costrutto narrativo neofascista. In questo senso il libro di Stefano Catone rappresenta un importante strumento teorico.
L’opera, prende 27 dei principali termini di questa narrazione e li decostruisce attraverso un’analisi puntuale e coerente di fatti, dati e documenti. Una sorta di ‘antidoto’, come lo definisce Ilaria Bonaccorsi nella prefazione, al veleno nero, che pompa furiosamente nelle vene del Web e non solo.

In attesa della presentazione di Venerdì, abbiamo avuto il piacere di raggiungere Stefano Catone e porgergli qualche domanda.

 

Come è nata l’idea di #Antifa?

Abbiamo iniziato a ragionare al dizionario #Antifa oltre un anno fa, quando ci siamo accorti che si stava imponendo nel discorso comune un lessico completamente distorto e distorsivo della realtà, quando ci siamo accorti che concetti violentissimi venivano nascosti dietro a parole che si cercava di far passare come neutre. Pensate all’espressione “taxi del mare”, utilizzata da un giovane ministro della Repubblica per parlare delle Ong, dimenticandosi delle migliaia di morti nel Mediterraneo.

A quale necessità risponde questo lavoro?

Risponde alla necessità di destrutturare questo lessico, di svelare e cambiare abitudini culturale e linguistiche dietro le quali ci sono chiari progetti politici e preopolitici che si traducono poi in atti legislativi. Pensiamo ai ‘35 euro’: ancora troppi italiani credono che finiscano nelle tasche dei migranti e, su questa falsità, sono state costruite intere campagne politiche. O pensiamo a termini quali ‘falsi rifugiati’, ‘finti profughi’: si sono rivelati essere le basi culturali per un decreto che smantella lo Sprar e cancella la protezione umanitaria. 

Come è nata la collaborazione con gli autori delle varie voci di questo dizionario?

La riflessione sul linguaggio è cominciata da uno scambio tra me e Giuseppe Civati. Abbiamo iniziato a mettere in fila queste espressioni distorte e, parallelamente, abbiamo iniziato a immaginare chi potesse aiutarci nell’affrontare ciascun singolo tema. Abbiamo contattato Donatella Di Cesare per le voci ‘Padroni a casa nostra’ e ‘Pulizia etnica’, Cecilia Strada per la voce ‘Buonista’, Massimo Prearo per la voce ‘Gender’, Francesco Vignarca per la voce ‘Gessetti colorati’ e tanti altri, che non cito esclusivamente per ragioni di spazio. 

 Quanto i social network stanno incidendo sulla diffusione di un modello di pensiero fascistoide? 

Tanto, troppo. Non appena si è diffusa la notizia della pubblicazione del libro, il profilo Twitter di una giornalista de ‘Il primato nazionale’ (rivista di Casa Pound) ha accusato all’istante gli autori di essere ‘sorosiani’, quindi pagati da Soros, il finanziere ungherese e naturalizzato americano che sarebbe a capo di un grande complotto internazionale a danno degli europei, con la particolarità che Soros è ebreo: una versione aggiornata degli infami protocolli dei savi di Sion. Sui social network spopolano follie come queste, così come spopolano notizie false e – soprattutto – create ad arte e manipolate: penso che tutti si siano imbattuti in qualche familiare di Laura Boldrini diventato milionario gestendo ottocentomila cooperative e i parcheggi di Montecitorio…  

Il paese percepito è differente dal paese reale? 

Sicuramente. E’ sufficiente rifarsi ai dati sul fenomeno migratorio: gli italiani pensano che gli immigrati siano due, tre volte quelli realmente presenti. Se la presenza di stranieri si colloca attorno all’8%, un recente studio dell’Istituto Cattaneo rilevava che gli italiani pensano che gli stranieri siano il 25% della popolazione: lo scostamento tra reale e percepito più ampio dell’intera Unione europea.

 La politica sta bypassando i canali tradizionali, rivolgendosi senza filtro all’elettore. Quali sono le conseguenze?

 I social network e internet rappresentano uno strumento potentissimo. Mi ricordo quando nascevano i primi blog, ormai qualche anno fa, e la  piccola  comunità che allora vi gravitava attorno ragionava sulle potenzialità di internet quale strumento per fare giornalismo, per verificare le notizie, per essere un cane da guardia del potere. Quel che vedo adesso è invece una prospettiva, in parte è già realtà, molto più inquietante: il potere che utilizza internet a suo uso e consumo.

In questo panorama come si invertono i rapporti di forza? Come si costruisce una narrazione alternativa a quella fascista?

La si costruisce in primo luogo parlando dei temi che sono al centro della propaganda fascista, non evitandoli. Per anni mi sono sentito dire che non bisognava parlare di immigrazione perché altrimenti si perdono voti. Il risultato è stato che i voti li abbiamo persi tutti e che abbiamo lasciato campo libero a chi parlava di immigrazione nella maniera più becera e, grazie a questo favore, è stato in grado di imporre un suo discorso, delle sue parole, costruendo alle volte una vera e propria ideologia.

 

Simone

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