Land grabbing e diritto internazionale: tra autodeterminazione dei popoli e sovranità alimentare.

Oggi ospitiamo l’intervento di  Alessio Azzariti, un giovane varesino da poco laureatosi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Nella sua tesi di Laurea Magistrale in Giurisprudenza, Alessio ha affrontato il rapporto tra il fenomeno del land grabbing e il diritto internazionale. In questo testo, ha ripreso e schematizzato i punti principali del suo lavoro, rendendolo così fruibile a chiunque sia interessato ad approfondire un tema di grande attualità. 

 

 Cos’è il land grabbing?

Le acquisizioni di territori sono avvenute storicamente fin dai tempi più antichi, si pensi all’impero romano che annesse un numero considerevole di territori tramite la propria forza militare.

Quando si parla di land grabbing si allude, tuttavia, ad un fenomeno più specifico: l’acquisizione di terre ad opera di imprese multinazionali – e stati – cominciata soprattutto a partire dagli anni ’80 ed esplosa definitivamente nel primo decennio degli anni duemila, in particolare nel biennio 2006-2008 in seguito alla crisi alimentare mondiale.

Un ruolo rilevante è stato giocato dai programmi di aggiustamento strutturale e dalle politiche per lo sviluppo promosse da FMI e Banca Mondiale. L’idea sottesa alle odierne politiche per lo sviluppo, che coinvolgono le risorse naturali, sarebbe quella secondo cui attraverso l’investimento nella terra si possano realizzare win-win situations che giovino contemporaneamente a chi investe nonché allo stato che ospita l’investimento.

Altri fattori rilevanti nella spinta agli investimenti sono stati la necessità per gli stati di garantire la propria sicurezza alimentare ed energetica, nonché la necessità di produrre una maggiore quantità di colture destinate alla produzione di biocombustibili.

Gli investimenti in terra, secondo i dati disponibili al 2017, avvengono secondo la seguente ripartizione: Africa (52%), Asia (17%), Europa (16%), America (12%), Oceania (3%). Le acquisizioni possono avvenire direttamente da parte di stati, che possono operare anche tramite società controllate, oppure da parte di investitori privati (multinazionali, hedge funds, ecc.). I primi dieci stati da cui provengono gli investimenti sono: USA, Malesia, Singapore, Brasile, Emirati Arabi, Cina, Regno Unito, India, Olanda e Arabia Saudita.

Solitamente gli accordi non sono resi pubblici e possono consistere in acquisizione della proprietà oppure in locazioni che hanno periodi molto lunghi (dai 50 ai 99 anni).

Si è registrato che in molti casi le acquisizioni di terra abbiano portato conseguenze negative per molte delle popolazioni coinvolte. Spesso, infatti, le comunità locali vengono sfrattate dai territori. Non vengano fornite loro proprie alternative e la loro stessa sopravvivenza viene così messa in discussione. Inoltre, attraverso questi atti, vengono minate le pratiche culturali di intere comunità che rischiano di scomparire.

 

Qual è il ruolo dei popoli nel diritto internazionale rispetto alle acquisizioni di risorse?

Le Nazioni Unite hanno affermato il diritto dei popoli, insieme agli stati, ad essere titolari della sovranità sulle risorse naturali con una serie di atti (il primo atto in cui se ne parla è la risoluzione 626 del 1952; il più importante è la risoluzione 1803 del 1962).

Successivamente il diritto dei popoli ad essere titolari di una sovranità economica è stato affermato attraverso una serie di convenzioni: il patto sui diritti civili e politici e il patto sui diritti economici, culturali e sociali. Entrambi oggi sono vincolanti per un grandissimo numero di stati.

 

Cosa sono i patti o le convenzioni internazionali? E le risoluzioni?

I primi semplicemente degli accordi tra stati che si impegnano a rispettare determinate norme. Le risoluzioni invece sono in genere degli atti in cui gli stati facenti parte delle Nazioni Unite si esprimono su determinate questioni; solitamente quelle adottate dall’Assemblea Generale non sono vincolanti, ma possono comunque influenzare la nascita di future convenzioni.

 

Ma cosa significa autodeterminazione? Ha rilevanza sul rispetto dei diritti umani?

A livello interno la popolazione, per poter incidere sulle scelte politiche relative alla destinazione delle risorse, deve godere dei diritti umani relativi all’elettorato attivo e passivo (previsti dal patto sui diritti civili e politici) ma anche di quelli ad essi connessi (es. diritto di riunione, associazione, libera espressione del pensiero). Essi sono funzionali alla realizzazione degli altri diritti umani, primo tra tutti il diritto ad uno standard di vita adeguato che è previsto dal patto sui diritti economici, culturali e sociali e che al suo interno include il diritto al cibo e il diritto all’acqua; il fine ultimo della possibilità di esprimere la volontà popolare è quello di vedere tutelate le esigenze della popolazione stessa.

Tali diritti vengono spesso lesi da pratiche di land grabbing: l’acquisizione dei territori può determinare per le popolazioni coinvolte sia l’impoverimento e la conseguente impossibilità di procedere al proprio sostentamento, sia il venir meno ,su quel mercato locale, di alcuni alimenti perché non più prodotti, sostituiti o esportati. Si sono registrati inoltre casi di water grabbing: il territorio interessato contiene risorse acquifere che sono state sottratte oppure rese inutilizzabili, in quanto inquinate.

 

Spesso si sente parlare di autodeterminazione dei popoli indigeni: cosa significa?

Già da diversi anni nell’ambito dell’ordinamento internazionale si stanno promuovendo tutele particolari per singoli e collettività che rientrano in categorie particolarmente fragili. Un esempio è il caso dei popoli indigeni; anche in questo caso l’autodeterminazione, ossia la possibilità di disporre liberamente delle proprie risorse naturali, passa per processi decisionali al fine di preservare le terre stesse e salvaguardare le pratiche culturali delle popolazioni iteressate. È il caso del diritto dei popoli indigeni ad una libera, preventiva e informata consultazione. Questa prassi è stata promossa dalla stessa Banca mondiale nell’ambito dei finanziamenti che fornisce agli investimenti per lo sviluppo e che è stata pacificamente accettata dagli stati. Tale diritto inoltre è presente in numerose legislazioni nazionali.

È più controverso se sussista un potere di veto dei popoli indigeni sui progetti che riguardano le loro terre: in genere gli stati, nonostante l’approvazione a larga maggioranza di tale norma nella Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni del 2007, sono restii a configurare una normativa nazionale in tal senso. Tuttavia, in singoli casi, alcuni organi regionali quali la Corte interamericana dei diritti dell’uomo (Saramaka People v Suriname) e la Commissione africana dei diritti dell’uomo (Centre for Minority Rights Development v Kenya) si sono espressi a favore di un diritto ad un consenso vincolante. Entrambe hanno configurato la necessità che lo stato ottenga tale consenso qualora l’acquisizione territoriale abbia un’entità significativa. In modo più netto, specie nei casi in cui venga messo a rischio uno stile di vita legato alla cultura di popoli indigeni e minoranze, si sono espressi il Comitato del Patto sui diritti civili e politici (caso Poma Poma) e il Comitato del Patto sui diritti economici, culturali e sociali (General Comment No. 21).

 

Quali sono i nuovi spazi dell’autodeterminazione dei popoli? Cos’è la sovranità alimentare?

Infine, nel diritto internazionale, è rilevante un altro aspetto quando si parla di risorse naturali, ossia quello dei diritti dei contadini. Ruolo rilevante in tal proposito è stato svolto da La Via Campesina, un’organizzazione che riunisce più di 200 milioni di piccoli agricoltori in tutto il mondo. Tale organizzazione ha contestato in molte occasioni l’odierno sistema del WTO che avrebbe trascurato negli accordi sull’agricoltura il ruolo dei piccoli contadini, i quali sarebbero stati messi in competizione con i grandi gruppi multinazionali.

La stessa ha promosso sin dagli anni ’90 la c.d. sovranità alimentare, un’istanza che alla fine del primo decennio del 2000 è approdata alle Nazioni Unite, al fine di ottenere una convenzione sui diritti dei contadini. Soltanto nel 2013 si è iniziato a discutere, nell’ambito di un gruppo di lavoro intergovernativo in seno al Consiglio per i diritti umani, di una dichiarazione dei contadini e delle altre persone che vivono in aree rurali. Si è giunti ad un’approvazione del testo a settembre 2018 e quest’ultimo ben presto sarà sottoposto alla votazione dell’Assemblea generale ONU.

All’interno della dichiarazione sono stati affermati sia alcuni diritti presenti nel sistema di tutela dei diritti dell’uomo (es. diritto al cibo, diritto all’acqua), sia altri completamente nuovi.

In primis, è stato affermato il diritto alla sovranità alimentare espresso come “il diritto di scegliere i propri sistemi alimentari e agricoli”, infatti “questo include il diritto (dei contadini) di partecipare ai processi decisionali sulle politiche alimentari e agricole e il diritto ad un cibo sano e adeguato prodotto tramite metodi ecologicamente sicuri e sostenibili che rispettino le loro culture”. Anche in questo caso diventa rilevante la partecipazione ai processi decisionali; essi sono infatti un vero e proprio fondamento dell’autodeterminazione delle popolazioni indigene e delle comunità contadine.

Nella dichiarazione si afferma che i contadini hanno il diritto alla terra individualmente e collettivamente e che le risorse naturali tradizionalmente utilizzate possono essere date in concessione solamente se vengono soddisfatte determinate condizioni: valutazione d’impatto ambientale preventiva, consultazione in buona fede delle comunità e accordo tra il concessionario e i contadini per l’equa condivisione dei benefici derivanti dallo sfruttamento.

Tra gli altri diritti, i più innovativi sono il diritto alle sementi, il diritto alla diversità biologica, nonché il diritto ai mezzi di produzione. Il primo in particolare vuole favorire l’accesso dei contadini alle sementi.

Talvolta il costo eccessivo delle sementi può portare a conseguenze terribili: in India ad esempio, negli ultimi venti anni, sono stati stimati più di 200.000 suicidi di contadini che non potevano permettersi i semi per produrre il cibo per sfamare le proprie famiglie.

Un ultimo accenno lo si deve fare al divieto di discriminazione di genere, già presente nel sistema internazionale dei diritti umani e ribadito nella dichiarazione. Esso intende porre rimedio ad alcune situazioni riguardanti la terra. Spesso le donne, specie nell’ambito africano ma non solo, non possono essere titolari delle terre, per consuetudini locali o leggi nazionali. Allo stesso modo, in molti casi non vengono fatte partecipare alle consultazioni riguardanti i land deals, non potendo così  fornire il loro apporto, nonostante l’elevato grado di conoscenza derivante dal lavoro diretto nei campi.

In conclusione si può affermare che il diritto internazionale ha dato una certa rilevanza alle popolazioni, sia  attraverso la partecipazione ai processi decisionali, sia attraverso l’affermazione di una serie di diritti umani. In particolare, il principio di autodeterminazione dei popoli, nella sua accezione interna, ha contribuito all’evoluzione della concezione stessa di sovranità, ponendone limiti e individuando nuove aree giuridiche meritevoli di tutela.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...