Un ponte fra Nord e Sud – “Facciamo un pacco alla Camorra” si avvicina

Domenica 16 Dicembre, presso la Parrocchia Santi Agostino e Monica di Casciago, la nostra provincia, grazie al lavoro di Libera Varese, ospiterà Facciamo un pacco alla Camorra, iniziativa a sostegno del recupero dei territori confiscati alla camorra. Il pranzo inizierà alle 12.30 e a questo link potete trovare tutte le informazioni a riguardo. 

Nonostante i passi avanti nella lotta alla camorra e alle mafie, la malavita organizzata è ben lontana dall’essere sconfitta. Checché se ne dica, le organizzazioni che operano nel sottobosco dell’illegalità godono di buona salute e stanno puntando a diversificare le proprie attività e fonti di guadagno. Come è noto, si è creato un ponte di illeciti fra Sud e Nord, un ponte fatto di investimenti e denaro da ripulire.

NCO, il consorzio Nuova Cooperazione Organizzata, in contrapposizione a questa tendenza, sbarcherà a Varese il prossimo 16 Dicembre a tracciare un’ideale linea di congiunzione fra le realtà di Campania e Lombardia, impegnate nella difesa della legalità. La giornata di domenica avrà il duplice scopo di far conoscere le attività del consorzio nel riqualificare le aree un tempo in mano alla camorra e diffondere il messaggio che una lotta puntuale ed efficace alle mafie è possibile.

In attesa dell’appuntamento del 16 Dicembre, abbiamo raggiunto Sara Basaglia, una delle organizzatrici dell’incontro, che ha risposto ad alcune nostre domande.

La camorra, generalmente, nel Nord Italia è percepita come un fenomeno distante, quasi appartenente ad una realtà parallela. Varese non sembra essere esente da questo atteggiamento, quanto è importante tradurre anche qui da noi la necessità di resistere alle infiltrazioni camorristiche?

Rispondo a questa domanda rifacendomi all’intervento di don Luigi Ciotti in occasione dell’inaugurazione del pacco alla camorra: “Stiamo attenti perché la camorra rischia di fare dei ‘pacchi’ a noi in questo momento”. Il messaggio che spero arrivi anche ai varesini è quello di tenere alta la guardia, di non pensare al fenomeno mafioso come ad un qualcosa di lontano da cui noi non siamo toccati. Portare a Varese la testimonianza delle realtà campane non significa indicare la Campania come unico teatro di dinamiche mafiose; significa portare a Varese un esempio di antimafia fatta bene, un modello a cui ispirarci.

NCO è un consorzio che opera principalmente sul territorio campano, come sei entrata in contatto con loro?

Ho conosciuto la NCO nell’estate del 2016, grazie ad un campo di Libera organizzato presso la cooperativa sociale “Al di là dei sogni” (che aderisce al consorzio), a Maiano di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Il campo si è tenuto sul terreno confiscato intitolato ad Alberto Varone, vittima innocente di mafia. 

Lavoro nei campi, cucina, sistemazione di un orto dedicato alle erbe aromatiche, manutenzione di vecchie arnie, conversione del prodotto agricolo in prodotto commercializzabile…queste sono alcune delle attività a cui ho preso parte sul terreno confiscato, che per una settimana è diventato la mia casa. I lavori “manuali” venivano svolti la mattina, mentre il pomeriggio era il momento delle testimonianze da parte di parenti delle vittime e di persone che si operano attivamente ogni giorno nella lotto alla camorra. 

Mi ha molto colpita questa realtà, ed ho deciso di portarla all’attenzione del coordinamento provinciale di Libera Varese, di cui sono membro attivo. “Facciamo un pacco alla camorra” è un progetto sostenuto da Libera già a livello nazionale, ma è la prima volta che l’iniziativa è ospitata in provincia di Varese.

Perché il nome NCO?

NCO nasce come acronimo di Nuova Camorra Organizzata, raggruppamento che negli Anni Settanta e Ottanta devastò il territorio campano, e che portò la camorra da un modus operandi arcaico a sistemi organizzati di tipo imprenditoriale. È così che la logica mafiosa si insinuò nel tessuto economico locale.

Penso sia emblematico il fatto che le cooperative nate sui terreni confiscati alla camorra abbiano deciso di unirsi sotto quello stesso acronimo: la Nuova Cooperazione Organizzata nasce dalla volontà di riappropriarsi di tutto, a partire dalle parole, reintroducendole nell’immaginario collettivo in termini propositivi. La persona che ha tenuto il campo di Libera che ho fatto nell’estate del 2016, Simmaco Perillo, me l’ha spiegata così: “Voglio che, se un giorno i miei figli digiteranno la sigla NCO su Google, la prima a comparire sia la Nuova Cooperazione Organizzata. Questo, per me, è un cambiamento”.

Con ‘Un Pacco alla Camorra’, NCO vuole riappropriarsi di quei territori che la camorra, nel corso dei decenni, ha strappato alla legalità, ma non solo. In che modo il consorzio opera per recuperare socialmente gli emarginati?

I terreni confiscati vogliono farsi teatro di un riscatto comunitario. La logica mafiosa e la logica economica in cui essa si è insinuata hanno “prodotto” e “producono” tante persone marginalizzate. Si pensi agli uomini ed alle donne che una volta venivano istituzionalizzati (in manicomi ed ospedali psichiatrici giudiziari), si pensi ai carcerati che vengono rinchiusi in prigioni dove non vengono rispettati i loro diritti umani fondamentali, si pensi ai migranti vittime dei moderni caporali, si pensi, infine, a tutti coloro che ogni giorno vivono in un contesto dove la logica economica legittima forme di abusi e violenze, non solo verso le persone, ma anche verso la natura. La NCO vuole ripartire da loro, rendendoli protagonisti di processi produttivi virtuosi, etici ed ecologici. 

In alcune delle cooperative del consorzio viene messo in atto anche il “budget di salute”, uno strumento terapeutico-riabilitativo individualizzato, che adotta una prospettiva in continuità con la legge 180/78.

Il modello proposto da NCO, promuove inclusione e apre a nuovi scenari di agricoltura sociale, in che modo?

Penso sia utile scindere il termine “agricoltura sociale” per spiegarlo meglio: da un lato c’è l’agricoltura, che viene attuata sui terreni confiscati alla camorra, con metodi biologici ed attenti alla valorizzazione delle eccellenze territoriali. Dall’altra parte c’è il sociale, perché a coltivare la terra e a curare il processo di trasformazione del prodotto sono le persone a rischio marginalizzazione, all’interno di percorsi di riabilitazione, formazione ed inclusione. Penso che il valore aggiunto sia proprio questo: che la stessa terra che prima era intrisa di violenza, ora diventa luogo di educazione, crescita ed apprendimento. L’aspetto – a mio parere – meraviglioso è che si tratta di un cambiamento non per le future generazioni, ma già per gli attuali adulti: sia coloro che sono a rischio marginalizzazione, sia coloro che compongono la comunità, che diventano testimoni di una trasformazione possibile. Ecco perché “facciamo un pacco alla camorra”, perché crediamo in qualcosa di diverso. 

L’approccio di ‘Facciamo un pacco alla camorra’, secondo te, può essere replicato anche in altre zone del paese? 

Per quanto riguarda il progetto specifico di “Facciamo un pacco alla camorra”, l’iniziativa di Varese è solo una delle tante tappe previste dal “tour” di quest’anno. Si tratta della decima edizione del progetto, che per il 2018 prevede le seguenti destinazioni: Bergamo, Bacoli, Padova, Udine, Rimini, Roma, Bologna, Novellara (RE), Cento (FE), Milano ed infine Casciago (VA), per chiudere in bellezza. 

Per quanto riguarda, invece, i propositi generali della NCO e dell’agricoltura sociale, il consorzio ha recentemente pubblicato il “1° Atlante delle esperienze di riutilizzo e mancato utilizzo dei terreni confiscati e delle realtà di Agricoltura Sociale in Campania”, a cura di Antonio Esposito. Il messaggio di fondo del testo è che è possibile co-produrre insieme ai soggetti svantaggiati ed alle comunità, in un’ottica di welfare comunitario.

L’esperienza di ‘Facciamo un pacco alla camorra’, segnerà l’inizio di una serie di attività sul territorio varesino?

Spero che segni l’inizio di altri pranzi/cene come “Facciamo un pacco alla camorra”, ma soprattutto spero possa segnare una svolta per Libera Varese, per iniziare attività nuove con persone nuove. Abbiamo bisogno di persone con voglia di fare, di ragazzi che si assumano la responsabilità di fare antimafia sul proprio territorio, di essere promotori di un cambiamento. Abbiamo bisogno di persone che credano nella possibilità di fare meglio. Ecco perché spero che portare qui coloro che hanno dato vita al “pacco alla camorra” – che sono dei pazzi sognatori – ci  regali anche un po’ della loro follia. 

Simone

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