“Libertà e autodeterminazione. Ecco perché sostengo la campagna per una reale applicazione della 194”

Irene è un’attivista che partecipa, in prima persona, alla campagna a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la reale applicazione della legge 194/1978. Una mobilitazione che si batte per una sanità efficiente e accogliente, per difendere il diritto di abortire in sicurezza. In  questo intervento spiega le ragioni del suo impegno e i punti principali della proposta di legge.

È una fredda domenica di gennaio in Piazza della Scala a Milano. Ci sono arrivata a piedi da Cairoli. Non sono da sola, ci sono circa un centinaio di persone con me. Ho in mano un cartello che riporta una semplicissima frase, sia in inglese sia in italiano: “Women’s Rights are Human Rights. I diritti delle donne sono diritti umani.” Ci sono uomini e donne di tutte le età, c’è chi parla inglese e chi parla italiano. I cartelli sono tanti, dicono tutti cose sacrosante. Davanti a Palazzo Marino le attiviste e gli attivisti salgono su una panchina uno dopo l’altro, parlano in un megafono e raccontano le loro storie. Quello che ci accomuna è una consapevolezza: l’identità di genere comporta delle ripercussioni sociali diverse per uomini e donne. La natura della nostra identità di genere crea una fondamentale differenza nel modo in cui uomini e donne vivono, fanno esperienza della realtà e osservano la realtà, apprendono norme sociali, ed esprimono questa identità tutti i giorni, come se fosse una performance.

Su quella panchina sono salita anche io. Ho preso il megafono e ho parlato per cinque minuti, citando alcune campagne legate al nostro obiettivo comune: fare un passo in avanti nella direzione della parità di genere. Una delle campagne che ho deciso di nominare nel mio discorso è Aborto al Sicuro (abortoalsicuro.it), una proposta di legge di iniziativa popolare per la reale applicazione della legge 194/78 in Regione Lombardia. La legge consente alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in una struttura pubblica, un ospedale o un poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza. È però importante soffermarsi su un dato praticamente oggettivo: nonostante la sua emanazione, la 194/78 non è mai stata veramente applicata nel nostro Paese.

Il fenomeno dell’obiezione di coscienza è tra i più discussi e conosciuti quando si parla di aborto. La Regione Lombardia spende oltre 300.000 euro all’anno per sopperire alla mancanza di ginecologi obiettori, che formano circa l’80%. L’obiezione di coscienza e il conseguente bisogno di ginecologi gettonisti pagati a prestazione rappresenta un onere per la Regione, ma la trasparenza a riguardo è completamente assente. Sarebbe interessante, tramite un monitoraggio che dovrebbe essere costante, osservare quali siano i costi per la Regione Lombardia relativi al bisogno di gettonisti che monitorino un ambulatorio o un reparto dove il diritto all’IVG non è garantito. La confusione, la cattiva gestione delle informazioni e la mancanza di servizi rappresentano un pericolo enorme per le donne che hanno intenzione di interrompere una gravidanza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in tutto il mondo sono decine di migliaia le donne muoiono ogni anno a causa di procedure insicure di IVG. Il Ministero della Salute ha stimato circa 12.000 casi all’anno di aborto clandestino nei soli due anni in cui questo fenomeno è stato misurato. Molte donne pensano sia più semplice utilizzare farmaci abortivi, non sempre legali, a casa. Capita anche che alcuni medici sconsiglino l’aborto in ospedale per poi praticare interruzioni di gravidanza all’oscuro della sanità pubblica. Un nuovo fenomeno di aborto clandestino consiste nell’acquisto pillole abortive online, pericolosissime per la salute delle donne. La diminuzione di pratiche di IVG va oltretutto di pari passo con l’aumento registrato nell’uso delle pillole del giorno dopo, che Marina Ravizza (ginecologa presso l’Ospedale San Paolo di Milano) considera comunque un farmaco fai-da-te, vista la facile reperibilità in farmacia.

Se vengono offerte alternative all’aborto sicuro e legale significa che una domanda c’è. Le cittadine hanno bisogno di abortire, ed è compito delle istituzioni garantire loro la possibilità di farlo in modo accessibile, gratuito e completamente sicuro.

La proposta di legge

L’accesso a informazioni istituzionali tramite ospedali, consultori e ambulatori è un diritto fondamentale previsto dalla 194/78. Per questo le informazioni riguardo alle procedure e l’accesso ai servizi sull’IVG dovranno essere comprensibili, esaustive e facili da reperire anche online e telefonicamente. Qualunque consultorio o ambulatorio regionale potrà prendere appuntamenti in ogni territorio regionale, senza imporre alla donna estenuanti ricerche o code. Le attività, la qualità dei servizi e la loro omogeneità sul territorio saranno monitorate annualmente e sarà promossa l’implementazione e una maggiore efficienza dei servizi, laddove necessario.

I consultori familiari diventeranno i primari coadiuvanti delle attività ospedaliere per la fruizione dei servizi di IVG e saranno riqualificati per fornire migliore assistenza (anche grazie all’eventuale potenziamento delle attrezzature) e partecipare ad alcune fasi delle procedure di IVG. Tutte le strutture ospedaliere garantiranno la gestione di casi urgenti in tempi brevi e certi. Sarà eliminato l’obbligo di ricovero per l’IVG farmacologica grazie a una formula di day hospital a più accessi, inoltre si potranno svolgere alcune fasi della procedura anche presso il consultorio

Secondo Anna Oglietti (ginecologa ambulatoriale presso la Clinica Mangiagalli di Milano e responsabile del servizio dell’unità semplice dedicata all’applicazione della 194), imporre il ricovero in caso di aborto farmacologico in nome della salute della donna è un fatto punitivo e ideologico. Spesso in Europa viene offerta una procedura quasi completamente domiciliare in completa sicurezza, inoltre a riguardo non è stato rilevato un aumento della mortalità. Sia in Emilia Romagna che nella Regione Lazio l’aborto farmacologico viene effettuato in day-hospital, per esempio. Le donne che richiederanno l’IVG riceveranno, durante o subito dopo la seduta, una consulenza contraccettiva e, se richiesto, saranno forniti e/o applicati gratuitamente contraccettivi (inclusi quelli a lungo termine) che al di fuori di strutture pubbliche sarebbero molto costosi. Alle donne che non riescono a reperire farmaci contraccettivi di emergenza sarà fornita assistenza per immediato reperimento.

Le strutture accreditate per le prestazioni di procreazione medicalmente assistita e di diagnosi prenatale dovranno assicurare continuità terapeutica alle donne che richiedano l’aborto in esito a diagnosi di anomalie fetali o di rischi per la paziente, accompagnando la donna nelle proprie scelte.

Infine, la Regione istituirà e finanzierà corsi di formazione e di aggiornamento sulle tecniche chirurgiche e farmacologiche di interruzione della gravidanza, sulla contraccezione, nonché su tematiche epidemiologiche, psicologiche e sociologiche correlate. Sempre secondo la Dott.ssa Oglietti è infatti compito delle singole Regioni farsi carico della formazione dei medici a favore della difesa della salute delle donne affinché vengano contrastate false credenze.

L’aborto, così come la gravidanza, è un’esperienza che solo chi è donna può vivere. È su questo pilastro che si basa il diritto di autodeterminazione della donna, e ogni donna ha il diritto di scegliere come agire rispetto al proprio corpo e a un feto, sempre come parte del proprio corpo. Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente di questa iniziativa è stato proprio l’ampio coinvolgimento di associazioni che si prendono cura di donne tutti i giorni. Le dottoresse che hanno contribuito alla stesura della proposta erano infatti per la maggior parte donne. Ritengo la proposta particolarmente valida proprio perché in prima linea sono state delle donne a difendere una legge che è tutta loro. Nel caso di questa campagna, il superamento degli orientamenti politici all’interno dell’opposizione del Consiglio regionale in nome della difesa di un diritto sacrosanto come quello dell’aborto è simbolico, specialmente tenendo in considerazione l’attuale clima politico del nostro Paese, polarizzato e frammentato, in cui l’indifferenza regna sovrana. La 194 è una legge italiana, come tale non va solo applicata, ma va anche difesa, riscoperta. Dobbiamo chiedere che venga rispettata con lo stesso spirito con cui è stata voluta nel 1978. Sono passati pochi mesi da quando le donne in Irlanda e in Argentina hanno fatto sentire la loro voce sullo stesso tema, è arrivato il momento di prendere ispirazione da quel sentimento di rivalsa e di libertà per continuare a ripetere quanto sia fondamentale lasciare a ogni donna il diritto di decidere del suo futuro e del suo corpo.

Al centro di questo sforzo legislativo riconosco la presenza di un tema primario, che non posso non sottolineare. Soprattutto in questo caso, la conoscenza e l’informazione giocano un ruolo fondamentale. La libertà di ogni individuo dipende dal suo grado di conoscenza del mondo. Solo dopo aver compreso chiaramente quali siano i propri diritti e le proprie opzioni le donne potranno fare scelte in sicurezza e in libertà rispetto allo stato in cui si trovano. Anche per questo il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza non può più essere assente dai corsi di educazione sessuale e affettiva all’interno dei percorsi educativi che lo Stato dovrebbe garantire ai più giovani. Non possiamo impedire alle donne, specialmente alle più giovani, di conoscere, informarsi, ascoltare storie e testimonianze, pensare con la propria testa.

Ci tengo particolarmente a riprendere un termine che ho volutamente utilizzato più di una volta: libertà. Sarebbe un’immensa soddisfazione per me, riuscire ad associare immediatamente la parola libertà all’identità di genere femminile, ma nel 2019 è ancora troppo presto. Fin quando le donne non cesseranno di fungere da merce di scambio, fin quando verranno trattate come mezzi per rafforzare antichissimi schemi di potere, le donne non saranno libere. Fin quando ci ostineremo a voler controllare in modo ossessivo la sessualità e i corpi femminili seguendo schemi patriarcali, le donne non saranno libere. Fin quando continueremo ad associare ogni singola donna al suo potenziale ruolo di madre, le donne non saranno libere. La libertà è fondamentale: senza libertà di scelta non è esiste autodeterminazione.

I residenti in provincia di Varese potranno firmare la proposta di legge sabato 2 e domenica 3 febbraio dalle 10:00 alle 17:00 in piazza Carducci a Varese e presso l’Ufficio Anagrafe in via Luigi Sacco 5 nei seguenti orari: lunedì dalle 13:15 alle 18:00; dal martedì al venerdì dalle 8:15 alle 13:10; sabato dalle 8:15 alle 12:10.

Irene Scavello

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