La lotta alla mafia e l’importanza dell’impegno di ciascuno – Il racconto dell’incontro con Davide Mattiello all’Istituto Keynes

Andrea Spiteri è uno studente e uno dei rappresentanti dell’ Istituto Keynes di Gazzada. Con questo intervento ci racconta dell’incontro con Davide Mattiello che ha avuto luogo, nella sua scuola, lo scorso 20 febbraio.

“Non esiste buco abbastanza profondo che garantisca, a chi vuole farsi i fatti propri, di farla franca” E’ questo il messaggio che Davide Mattiello, ex deputato, nonché porta bandiera dei valori della lotta alla mafia, ha voluto lanciare alla platea di studenti dell’Istituto Keynes di Gazzada, che ha avuto il privilegio di ascoltare le sue parole il 20 febbraio scorso.
Mattiello ha dedicato gran parte della sua vita e della sua attività politica al contrasto alla criminalità organizzata, dapprima dall’interno dell’associazione Libera, successivamente come deputato, carica che ha ricoperto per 5 anni, durante i quali ha contribuito al miglioramento di leggi fondamentali per la lotta alla mafia, quali la legge sul voto di scambio politico-mafioso e la legge sulla protezione dei testimoni di giustizia.


L’esperienza si sente tutta nelle sue parole, che riescono a rapire occhi e cuore di svariati ragazzi. Il messaggio che vuole mandare è chiaro fin dall’inizio. Decide di partire dal 1985, più precisamente dal 2 Aprile, giorno in cui un’autobomba, la cui forza esplosiva era destinata all’uccisione di Carlo Palermo, magistrato reo di aver scavato troppo nei loschi affari mafiosi, viene fatta esplodere lungo la strada provinciale di Pizzolungo, ma invece di colpire a morte il giudice, ammazza brutalmente Barbara Rizzo e i suoi due gemelli di 6 anni, Salvatore e Giuseppe, la cui macchina si era interposta tra l’autobomba e la macchina blindata del giudice Palermo, salvando la vita a quest’ultimo.
Farsi i fatti propri non servirà a nulla!”

Barbara Rizzo e i suoi gemelli Salvatore e Giuseppe

In un momento così delicato come quello che stiamo vivendo, Mattiello sottolinea il ruolo fondamentale che deve ricoprire l’Europa nella lotta alla criminalità organizzata, già da molti anni inserita in un mercato transnazionale, e lo fa attraverso la memoria di due vittime della violenza mafiosa: Jan Kuciak e Daphne Galizia Caruana. Jan e Daphne erano accomunati dalla passione del giornalismo, nonché dalla voglia di scavare ed arrivare alla verità riguardo ai rapporti tra politica e mafia. Jan stava conducendo un’inchiesta giornalistica sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nell’affidamento dei fondi europei per l’agricoltura quando nella notte tra il 24 e il 25 febbraio del 2018 venne ucciso a colpi di pistola, insieme alla sua compagna, Martina Kušnírová, da un killer, pagato per svolgere quello sporco lavoro. Daphne viene invece fatta esplodere con un’autobomba il 16 ottobre del 2017, mentre conduceva un’inchiesta giornalistica riguardo ai rapporti tra le istituzioni maltesi e le organizzazioni criminali locali. Ci si guardi dal dire che la mafia, oramai, non uccide più!


Spesso si pensa che la mafia sia invulnerabile, Davide mette in guardia da questo modo discolpante di pensare, i progressi sono stati fatti eccome, basti pensare che il 90% dei corleonesi, una volta capi incontrastati di cosa nostra, ora sono morti o in carcere al duro regime del 41 bis. Il messaggio che più di tutti ha a cuore Davide è che finché esisterà una democrazia, starà in capo ad ognuno di noi prendersi carico del problema mafioso e affrontarlo, senza cercare scuse o vie facili di risoluzione, c’è ancora tanto da fare, quando ognuno di noi deciderà di prendersi cura del problema, di “entrare nel conflitto”, come sottolinea Mattiello, solo allora si potrà pensare di cancellare, non solo la mafia, ma la mentalità mafiosa di cui siamo culturalmente intrisi da quando mettiamo piede su questa terra.

Dai ragazzi sorge infine una domanda: “Quando ha deciso di stare “dentro al conflitto”, invece che rimanere in disparte a guardare?

Mattiello per rispondere riporta la memoria al 1992, durante i funerali di Paolo Borsellino, la vedova in lacrime di uno degli uomini della scorta di Borsellino ad un certo punto inizia a tirare pugni al carro funebre dentro cui giaceva il marito, esprimendo così tutta la sua frustrazione e la rabbia verso le persone che avevano permesso quel massacro. Mattiello in quel momento racconta di essersi sentito ignaro colpevole dell’attentato alla libertà, che i mafiosi e le persone che avevano isolato chi stava lottando per la legalità e la giustizia, avevano compiuto e stavano continuando a compiere.
I ragazzi tornano alla loro vita normale con una testimonianza nel cuore che sarà difficile dimenticare, ciò che davvero è importante è onorare la memoria delle vittime avendo il coraggio di aprire gli occhi e di darsi da fare, anche se spesso la scelta più comoda è quella di non vedere, di tapparsi la bocca, ma l’umanità risiede spesso e volentieri nelle scelte scomode, quando queste portano a orizzonti di legalità, umanità e giustizia.

Andrea Spiteri

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