Un’impresa un po’ folle, un po’ geniale – il Consorzio Libera Terra Mediterraneo

Valentina Fiore è l’amministratore delegato del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, una ONLUS che raggruppa le cooperative sociali di Libera Terra unite ad altri operatori che ne hanno sposato la causa. Libera Varese l’ha raggiunta con un’intervista a distanza per parlare di come è nato il marchio Libera Terra e della progettualità lavorativa e sociale che custodisce.

Ogni prodotto che al supermercato scegliamo dallo scaffale e portiamo sulle nostre tavole racconta delle storie; alcune sono innegabilmente più belle e sane di altre, e quella del Consorzio Libera Terra Mediterraneo è sicuramente tra queste. Valentina Fiore, amministratore delegato del Consorzio, l’ha raccontata a Libera Varese durante una chiacchierata dai toni profondamente attuali, portando alla luce tematiche urgenti e proposte di cambiamento.
Le cooperative sociali di Libera Terra che fanno parte del Consorzio nascono, attraverso bando pubblico, sui beni confiscati alla criminalità organizzata e, dimostrando la profonda validità della legge sul riuso sociale di questi beni (legge n. 109/96), si pongono come piccoli motori di rivoluzioni culturali in tutti quei territori che sopravvivono faticosamente appoggiandosi a dinamiche comunitarie che spesso di comunitario non hanno proprio nulla.

“L’idea folle – racconta Valentina per ciò che riguarda le cooperative – è stata quella di mettere insieme persone che non si conoscevano”, e mai come ora questa scelta appare sintomatica di una progettualità profondamente generosa e umana; scommettere sul gruppo vuol dire porre le proprie conoscenze e le proprie capacità al servizio di tutti, condividere i rischi ma anche le grandi soddisfazioni e in questo senso le cooperative hanno vinto la sfida, dimostrando a tante altre simili realtà la validità di questo approccio. Altro importante momento di scambio esperienziale a doppia via sono i campi di impegno e formazione che offrono ai volontari l’occasione di toccare con mano il progetto delle cooperative, condividendo storie, testimonianze e lavoro. “Quel che vorrei si percepisse è un grande senso di normalità per quel che riguarda il nostro modo di operare” – ci svela la nostra ospite – e che in fondo, tornando a casa, sia possibile per ognuno trovare il proprio angolo di impegno.”
L’idea del marchio Libera Terra collegato a un prodotto agroalimentare nasce proprio all’interno di una cooperativa con il primo raccolto, giustamente da un’iniziale esigenza di sostenibilità economica ma ponendosi subito anche come strumento concreto di comunicazione che possa raccontare a ritroso il progetto nel suo insieme e arrivare a toccare quell’idea di “bene comune” su cui tutti noi oggi ci troviamo a riflettere. Il prodotto è concreto, è visibile a tutti e parla a ogni tipologia di consumatore: “se scelgo un prodotto vuol dire che approvo una certa modalità produttiva, la finanzio e in questo modo la sostengo” afferma Valentina, costringendoci finalmente a una riflessione (più che doverosa) sulla nostra identità di consumatori. Il fatto che questo meccanismo funzioni anche nel caso delle filiere più industrializzate comporta però sicuramente una competizione e pone inoltre un problema di sopravvivenza nello spietato mercato alimentare che va oltre il puro dibattito sul consumo critico per approdare a quello sui diritti umani.

Il tema della qualità ha infatti a che fare con tante componenti e se è vero che dietro a un prodotto ci sono sempre i diritti di un lavoratore non possiamo sottovalutare il nostro potere di consumatori e acquirenti liberi di scegliere: che storie nasconde un determinato marchio? È possibile avere, anche indirettamente, un impatto positivo sull’intero sistema alimentare? E se prezzi bassi celano costi sociali che poi paga tutta la comunità, tutta la società, il Consorzio Libera Terra è una di quelle realtà che (fortunatamente) continua a scommettere sull’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati attivando inoltre progetti di collaborazione con il carcere, i servizi sociali per minori e le realtà che operano con i migranti. Dietro un’etichetta, un prezzo, un barattolo, c’è la rivendicazione di un percorso tanto faticoso quanto socialmente vincente, che quando conosci non puoi più ignorare perché la salute di un bracciante che lavora in nero è anche la tua salute e i diritti calpestati dal caporalato sono anche i tuoi diritti.
“La normalità – conclude Valentina Fiore – è garantire contratti, rispetto e condizioni di lavoro più che dignitose, anche per dare un messaggio chiaro al territorio in cui operiamo; se questa emergenza sanitaria ha fatto emergere ancora di più le numerose incongruenze sociali ed economiche già presenti nel nostro Paese, forse l’unica strada è lavorare ora per costruire un domani diverso che si fondi con totale fiducia sulla comunità”.
Forse ora qualche minuto in più speso davanti a uno scaffale non ci sembrerà poi così sprecato.

Cecilia Santo

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